domenica 15 febbraio 2015

Specchio, specchio delle mie brame...

Per una donna la sfida dell'identità è qualcosa di estremamente complesso.
Crescendo avevo la tendenza, comune mi sembra fra donne della mia generazione o della generazione di poco precedente, a identificare l'identità maschile con la libertà, l'indipendenza, l'intraprendenza, a volte temo anche l'intelligenza. Anche da poco mi è capitato di sentire donne (cresciute...) che affermavano di avere prevalentemente amici uomini. Da donne indipendenti, intelligenti e intraprendenti, come si può infatti pensare di poter fare amicizia con esseri di cui si accetta la scontata inferiorità?
Le donne, viste dalle donne, sono considerate spesso pettegole, false, traditrici e predatrici di mariti e fidanzati. Senza alcuna riflessione sul fatto che donne siamo pure noi, che invece ci riteniamo leali e dotate di tutte le qualità ritenute normalmente maschili.

Per assurdo, proprio quei principi di emancipazione che avevano spinto quelle prima di noi a creare gruppi di donne contro la supremazia maschile che divideva per imperare, hanno spinto molte a pensare che, raggiunta ormai la parità dei diritti, era preferibile comunque dissociarsi dalle altre, in quanto comunque non sembrava rappresentassero l'immagine che volevamo avere di noi stesse.

Da qui la divisione degli opposti, anzi delle opposte.
Le casalinghe contro le lavoratrici, le vergini contro le liberate (perdonate l'espressione, ma io non ne conosco una migliore), le mamme contro le senza bambini, le grasse contro le magre, le belle contro le brutte e da qui un'infinita, quanto ridicola, superficiale ed estremamente pericolosa lista di stereotipi.
Le donne, storicamente e socialmente, hanno sempre fatto gruppo, in passato soprattutto per obblighi familiari e organizzazione sociale che le costringevano a stare insieme volenti o nolenti. La realtà è che le donne hanno sempre dovuto contare sul reciproco appoggio e sostegno e che questi valori negli anni della grande liberazione sono stati riscoperti proprio per portare le donne a lottare insieme e a ricostruire quel gruppo che tanto si sarebbe voluto dividere.

La divisione è il rischio più grande che una donna possa correre. È una porta spalancata verso la violenza. Contro tutte e ognuna di noi.

Il minimo che ci può succedere, se divise, è che lasciamo il campo libero a chi ci invita ad essere sottomesse, malleabili. Idiote insomma. Ma con brio.

Personalmente soffro di episodi di personalità multipla e identità confusa.
Ho tre lavori, tutti da professionista del mio settore; mi considero una donna in carriera, che nel mio settore fa comunque ridere.
Faccio la mamma, più per propensione materna di mio marito che mia, e mi diverto a farla, considerando chi figli non ne fa una persona di tutto rispetto e forse molto più saggia di me.
Mi occupo di casa mia quanto basta per renderla un nido accogliente per noi e chi ci vuol bene, senza volerne a chi invece alla casa e alla famiglia si dedica a tempo pieno. Ognuno sceglie come rischiare il suo futuro.
Non credo nella purezza che non sia quella dell'animo. E anche lì ho dei seri dubbi.
E ho un numero spropositato di amiche.
Perché tutte, quelle del passato, quelle del futuro, quelle del presente, quelle che non ci sono più e quelle che non ci sono ancora, sono esseri complessi, meravigliosi, con cui ci si ama, ci si odia, si piange e si ride insieme, ci si confida, ci si aiuta.
Perché solo un'altra donna può capire me come donna, non solo come essere umano.
Di uomini meravigliosi ne conosciamo.
Ma solo le donne insieme possono riuscire a fare di questo mondo un posto dove uscire tranquille per strada.


martedì 3 febbraio 2015

Da un lavoro all'altro, come Tarzan sulle liane

Sono un'insegnante.

Questa affermazione ha dei significati strettamente legati al territorio in cui viene pronunciata.
Non tanto perché chi insegna può facilmente dover cambiare il paese in cui lavora, soprattutto ora, e quindi anche la lingua in cui si esprime quotidianamente, ma soprattutto perché il lavoro stesso dell'insegnante implica un adattamento alla realtà circostante che lo porta un po' ad assomigliare sempre più a un camaleonte.

Mi tocca tornare indietro nel tempo, a quando nel 2006, dopo due anni di fidanzamento (a distanza, part-time, schizofrenico e anche meravigliosamente pacifico, considerando che a causa del fuso orario ero sempre assopita quando finalmente potevamo collegarci su Skype) io e il mio colombiano abbiamo deciso di sposarci.

Non affronto le peripezie burocratiche che scaturiscono da un incontro italo-colombo-statunitense.

Dopo circa un mesetto di vacanze-campeggio in giro per la Corsica e le spiaggie sarde, ci siamo resi conto che bisognava pensare a dove avremmo costruito il nostro nido.

La mia isola non si è mostrata molto accogliente dal punto di vista lavorativo e chiaramente è toccato a me spiccare il volo verso il Nuovo Mondo.

Presa una meravigliosa aspettativa per motivi di famiglia, sono approdata sulla costa est, alla conquista delle scuole texane.

Dopo un paio di settimane seguivo già un percorso alternativo per avere accesso all'insegnamento nelle scuole texane.
Sborsati $300 per un paio di anni di impegno con un'agenzia formativa, dopo quattro mesi avevo già trovato lavoro per un distretto scolastico come insegnante bilingue, avevo un avvocato che si sarebbe occupato della burocrazia migratoria, ed ero diventata una maestra bilingue.

Detto così sembra semplice, in realtà almeno per l'aspetto burocratico, legato anche a movimenti e pertinenze abbastanza sospette, il percorso ha avuto anche i suoi ostacoli.

Venendo dalla scuola pubblica italiana, con vari anni di esperienza sia alle elementari che alle medie e nell'insegnamento agli adulti, con due concorsi alle spalle e vari corsi di aggiornamento, conseguire l'abilitazione (anzi, LE abilitazioni, ben 7!) negli Stati Uniti è stato decisamente facile.

Gli esami si preparavano nel tempo libero, un po' come da noi si fanno le parole crociate; una, due volte la settimana si frequentava il corso, e alla fine del primo anno sono stati fatti i corsi online.
Praticamente un gioco da bambini rispetto ai due anni di studio intenso di lingua, letteratura e metodologia che sono necessari per affrontare in maniera onesta i concorsi in patria.

Certo, anche in Italia di abilitazioni ne avevo comunque varie, ma la facilità di accesso all'insegnamento negli Stati Uniti non ha paragoni. (Il che è un vantaggio per chi vuole insegnare, ma anche una delle ragioni per cui secondo me molti mollano dopo pochi anni, perché, avendo sottovalutato il mestiere giudicandolo dal biglietto di ingresso, davanti a una classe affamata di sapere, uno che ne ha poco crolla...)

Primo anno da maestra bilingue
Mentre le mie colleghe in Italia si godevano ancora il sole sulle spiagge d'agosto, io a metà mese ero già al lavoro, in piena fase preparatoria, a seguire corsi di aggiornamento per otto ore al giorno per una settimana.
40 ore di aggiornamento.
E ancora non avevo visto una classe.
L'aula sì, quella non solo l'avevo vista, ma dopo le otto ore di aggiornamento dovevo anche andare ad adornarla didatticamente, stabilendo cosa avrei insegnato dove e come e qual era il posto di ogni libro e ogni oggetto che avrei usato durante l'anno.
Programmazione strutturale la chiamerei, o come usare pareti, angoli, banchi e lavagne perché tutto abbia un senso, un suo uso e una sua logica.
Considerando che in Italia la mia aula di inglese alle elementari era stata ricavata da un passaggio che metteva in comunicazione due parti dell'edificio scolastico e che quindi ci portava a dover praticare all'eccesso i saluti verso chi passava nel bel mezzo della lezione, e che alle medie le pareti erano normalmente occupate da varie cartine, mi sentivo in paradiso.
Avevo uno spazio mio, che finalmente poteva diventare uno strumento di insegnamento, non più solo quattro mura da cui fuggire.

Certo, le mura di casa mia di solito non le vedevo prima delle otto di sera.

Poi è cominciato l'anno scolastico. Più o meno come in Italia: due ore di programmazione settimanale, il solito lavoro di programmazione individuale dopo le lezioni.
Più due ore di corsi di recupero per gli alunni che ne avevano bisogno alle sette della mattina.
Più arrivare almeno mezz'ora prima delle lezioni (alle 6:30 martedì e giovedì, alle sette gli altri giorni).
Più i corsi di aggiornamento il sabato (che sennò non ti rinnovano l'abilitazione dopo cinque anni).

Insomma, una vita lavorativa intensa.

Senza contare le ore di studio che ti toccano quando sei laureata in lingue e devi insegnare scienze, matematica, studi sociali (americani, quindi sconosciuti) e preparare gli alunni a sostenere esami mai visti.

Poi sono passata al liceo a insegnare francese.

Il liceo: my cup of tea!
Indubbiamente meno studio a monte: almeno la materia, la conoscevo già!

Niente aula: il liceo con una popolazione di più di 3500 alunni non aveva spazi adeguati e mi toccava fare la floater (che avendo a che fare con il verbo galleggiare porta a riferimenti chiari, almeno per un'italiana) e spingere materiali e strumenti tecnologici su un carrello da un'aula all'altra. (In Italia tanto avrei dovuto comunque vagare fra i locali di un qualunque istituto, non accompagnata però né da materiali, né da tecnologia...)

Con il tempo (e il licenziamento di un numero notevole di insegnanti a causa di tagli al bilancio (che un po' ci sono, un po' vengono usati come scuse per una pulizia accademica quando di accademico l'insegnante aveva ben poco...), ho cominciato a insegnare anche italiano e poco a poco il programma di italiano è cresciuto: ora insegno felicemente a sei classi, di cui una di ben 44 studenti (li chiamo i 44 gatti e ogni tanto ci cantiamo anche la canzone...).

Grande successo di pubblico insomma.

Mi riposo di più che alle elementari?

Certo che no!
Adesso anziché dover fare i corsi di recupero alle sette di mattina, devo farli tutti i giorni all'ora di pranzo, quindi passo le lezioni del dopo pranzo a ruminare la mia insalata mentre spiego i pronomi o un tempo verbale.

Elegante come sempre, io.

E poi ci sono i concorsi vari, le associazioni studentesche da sponsorizzare, gli esami di stato a cui preparare gli alunni che sennò la scuola non prende soldi, gli scambi da organizzare per portare gli alunni in Italia quasi a costo zero (io ho insegnato, insegno e sempre insegnerò solo ed esclusivamente nella scuola pubblica, quindi offro opportunità il più possibile gratis o a costi che quasi tutti possano permettersi).

Il tempo libero?
Essere insegnanti porta indubbiamente il vantaggio del tempo libero.
È però il concetto del tempo libero che cambia.
In Italia nessuno poteva togliermi di andare in palestra, a fare una paseggiata con le amiche, di pomeriggio la pennichella del dopo Beautiful non me la toglieva nessuno. Il giorno libero potevo decidere come passarlo, magari a organizzare la casa, fare il bucato, oppure a leggere un libro (i blog per perdere tempo ancora non li conoscevo...) e poi arrivava anche il fine settimana!!!
Per non parlare dell'orario dei giorni lavorativi: con 18 ore di contratto c'erano anche le giornate che dormivo fino alle 9:30!!
Insomma, l'equivalente di un lavoro part-time...
Non confondiamoci, anche lo stipendio era da part-time.
Ma la creatività e l'amore per gli alunni veniva incontro alle bollette e ogni anno c'erano progetti in più a cui lavorare (sottopagati quando non gratis...).

Anche negli USA il tempo libero degli insegnanti è molto invidiato: le vacanze vanno dal 30 maggio fin ben al 10 agosto, 15 giorni a Natale (oh, sorry! Winter Break!!!), Venerdì Santo libero e una settimana di Spring Break. Che pure aggiungendoci il Martin Luther King Day non siamo nemmeno vicino alle vacanze italiane...
Sabato libero per tutti, il weekend diventa un'oasi di respiro a fine settimana.
Lo stipendio, lavorando 40 ore contrattuali la settimana, è il doppio.
E il lavoro pure.
E anche con lo stipendio al doppio la realtà è che la maggior parte degli insegnanti (non sposati con ingegneri chimici, medici o avvocati...) devono comunque arrotondare con altri lavori.
Io ne ho ben tre.
Liceo, università la sera e anche online una volta al mese di notte per una settimana.

Il vantaggio è che se qui vuoi arrotondare hai solo l'imbarazzo della scelta: mai rifiutate tante opportunità come da quando sto qui.

La valutazione
No, non degli alunni.
La mia.
Sì, perché una delle più grandi differenze fra USA e Italia come insegnanti è che qui, a te che tanto te la meni che stai dietro una cattedra, alla fine dell'anno ti fanno una pagella così!

Il mio si chiama TADS (Teacher Appraisal and Development System), quello del mio colombiano si chiama PDAS. Stessa roba.
Durante l'anno devi dimostrare più volte di essere un bravo insegnante, di avere rapporti cordiali e costruttivi con i colleghi e con i genitori, di aver aiutato fino allo sfinimento gli alunni prima di riciclarli nell'apposito contenitore, con strategie sempre diverse, metodi appropriati, creatività, comprensione e infinite possibilità di recupero; devi dimostrare di aver seguito infiniti corsi di aggiornamento e di aver adattato di conseguenza il tuo insegnamento.
Ma soprattutto: non te la devi fare addosso quando vengono e si siedono in classe ad osservare la tua performance.
Entrano di soppiatto, nemmeno salutano, si siedono in un angolino, guardano e scrivono, guardano e scrivono...
Mentre tu ti chiedi: ma che c'avrai da scrivere????
Quello che da scrivere aveva, ti viene poi comunicato per iscritto e può anche essere discusso in un regolare colloquio con il valutatore (sempre interno alla scuola). Non ti piace cosa ha scritto e/o detto? Chiedi un altro valutatore.

E se tutto va bene, piovono i complimenti a destra e a manca e tu finisci l'anno sentendoti una divinità dell'apprendimento.
Oppure no.

Insomma, a conti fatti insegnare qui, insegnare lì, i ragazzi sono sempre ragazzi.
Vogliono essere ascoltati, apprezzati, capiti e vogliono avere la possibilità di sbagliare senza che tu ti arrenda.

E perché un insegnante non si arrenda è necessario un sistema che valuti, apprezzi, sborsi i quattrini dovuti e offra strumenti e metodologie per farci andare avanti e stimolarci a imparare e aver ogni giorno una voglia nuova di insegnare.

sabato 24 gennaio 2015

Lucertole e calcio



Terza settimana di calcio per Luca e Matteo.
Stavolta mi sono portata una carriola di temi da correggere per vedere se fra un "Gooooooaaaal!!!!" e l'altro, far bere Luca, far bere Matteo, dare un bacio qui, consolare di là, magari riesco pure a restituire qualcosa agli alunni di tanto in tanto.
Il tempo ci ha aiutato tutti e con un po' di sole mi sono dilettata nella lettura dei diari di viaggio degli studenti che ho mandato per uno scambio in Italia.
Mentre leggevo ogni tanto facevo una pausa per ammirare i miei figli, non più bimbi ma già ometti, che rincorrevano il pallone e mi lanciavano occhiate nascoste, per vedere se li stavo osservando, se la mamma era orgogliosa di loro.

E io lo sono.

Quando con Juan eravamo tornati a Houston e avevamo comunicato la notizia che aspettavamo gemelli i commenti sono stati tanti.
La maggior parte erano scontati, di quelli che leggi sui libri per mamme di gemelli, double trouble, better you than me e chi più ne ha più ne metta.
Uno però me lo ricordo chiaramente: "Meglio così, con uno solo, una come te si sarebbe annoiata".
Questa frase ha immediatamente fatto cessare tutte le paure che potevo avere sul fatto di diventare, a quasi quarant'anni suonati, mamma di non uno ma due primi figli.
La stessa persona mi ha poi fatto notare che, visto che arrivavano due maschietti, sarei anche stata sollevata dal dover dar loro un modello da seguire, che invece in questo caso sarebbe toccato al papà.
Insomma, una win-win situation, non potevo perdere in nessun caso!!!

Il fatto è però che io sono vissuta per la maggior parte della mia vita in un mondo di donne, mamme, nonne, zie, amiche del cuore, e mi ritrovavo assolutamente impreparata all'arrivo di non uno ma ben due nuovi uomini nella mia vita.

Come avrei fatto?

Non dovevo diventare un modello, un esempio da seguire, ma mi toccava ben pure fare bene la parte di mamma e di donna, per insegnare loro la parte migliore del sesso femminile, per insegnargli come averci a che fare, con rispetto e onore...
Io proprio nei panni di fata del focolare, esempio di grazia e femminilità non mi ci sono mai vista.

E poi come avrei fatto con loro?

In cosa sono diversi i maschietti?

Lo sono?

O bisogna trattarli solo come bambini, senza curarsi della loro mascolinità, aspettando che quella se e quando si sviluppi da sola?

Una cosa la sapevo: la pipì doveva insegnargliela a fare il papà.

O almeno speravo.

Quando poi sono arrivati ho capito subito che avevo trovato non uno, ma ben due principi azzurri: gli occhi innamorati di un neonato (due!!!) che ti guardano, come se fossi davvero la fata turchina di Pinocchio, ti fa nascere come un'aura rilucente attorno, BELLISSIMA!!!
Diventi una specie di divinità indiana.

Non so se sarebbe successo anche con una bambina (o due!!!), forse sì.
Forse si sarebbe instaurata un'innata complicità fra donne.
Forse avremmo fatto le fate tutte e tre e avremmo conquistato il mondo!

Non so.

Ma posso giurare sull'effetto principe azzurro.

Poi è arrivato l'asilo, hanno cominciato a mostrare di amare trapani, bambole, scope, cucine e costruzioni in egual misura.
Così come i vari colori, senza eccezione di rosa e di blu.

I primi segni di differenziazione sono arrivati verso i tre anni, quando al mio arrivo alla fine della giornata hanno cominciato a portarmi, orgogliosi, sporchi di fango, con la terra ben ben infilata sotto le unghie, i loro meravigliosi VERMI grigi, che con i loro amici cercavano per ore. Poi sono arrivati i ragni, gli scarafaggi, l'amore per il moccio e le decorazioni artistiche che si potevano fare sul muro e sui pantaloni.
La mia macchina ha cominciato a essere popolata di esseri di ogni tipo, che seccano al sole mentre io lavoro e che spero sempre di non ritrovare quando do un passaggio a qualcuno.

Ho provato a proporre la danza classica: Luca mi ha fatto notare che solo le bambine la fanno.
Una lama dritta dentro al cuore.

Ma come?
Dov'è finito il mio ballerino che fino ai tre anni bastava gli dicessi "Balla!" e zompettava per ore con salti e piroette???
Per bambine???
E io che contavo su una sicura carriera nel mondo del balletto...

Ora quando andiamo ai compleanni per bambine e le vedo, che giocano alle principessine, mentre i miei cavalieri senza paura si rincorrono su e giù per le scale, si arrampicano sugli alberi, si sfidano a colpi di spade, bastoni o gambe di tavolo, guardo i volti attoniti, smarriti, terrorizzati delle mamme in rosa.
A me in fondo non dispiace giocare a draghi e cavalieri impavidi.
Le principesse mi sono sempre state un po' sulle palle, diciamolo.
Anche oggi avrò sicuramente deluso un'altra mamma, regalando alla figlia un libro su una bambina che voleva fare l'ingegnere.

Eccolo qui

Il nostro orto-cortile è infestato da piccole lucertole preistoriche, che se vengono disturbate sparano fuori un bavaglino arancione sperando di spaventarci.

Ma non ci spaventano.

Anzi.

Le prendiamo per la coda e le osserviamo, immaginando che siano grandi draghi sputafuoco,

Chissà, magari amano essere ammirate dai miei due pirati coraggiosi, anche perché si sentiranno sole in un orto con solo tre pomodori.

Forse i miei bambini un giorno porteranno a casa una principessa e spero che non sarà vestita di rosa, o che se lo sarà, avrà anche voglia di giocare con i treni, o con le costruzioni, o magari a rincorrere i draghi dell'orto.

Insomma, una principessa un po' come me.



mercoledì 21 gennaio 2015

La sindrome della maestrina dalla penna rossa

Essere un insegnante non è una bella cosa.

Cioè, è un mestiere meraviglioso, si cambiano delle vite, si danno opportunità, si cambia il mondo...

Si è esposti però a molte malattie contagiose: l'influenza, il raffreddore, virus di tutti i tipi.

Siamo d'altronde circondati da piccoli e giovani esseri umani portatori di ogni tipo di virus o batteri esistenti sulla faccia della Terra. 

Ma il morbo peggiore che si possa contrarre a scuola è uno: 
la sindrome 
della maestrina 
dalla penna rossa!!

Terribilmente contagiosa, presenta i seguenti sintomi:
1. eccessiva attività di udito e vista, che consentono di rilevare ogni pur minima anomalia nella produzione del linguaggio altrui, scritta o orale (congiuntivi inesatti o inesistenti, uso scorretto delle preposizioni, pronomi impazziti...)
2. sensazione di irritabilità e scarso autocontrollo che spingono il paziente a far notare al malcapitato produttore di irregolari e scorrette strutture linguistiche l'imperdonabile errore.
3. paralisi dei muscoli maxillo facciali che portano le sopracciglia a contrarsi spasmodicamente e le palpebre a sbattere ripetutamente ogni qualvolta l'errore venga ripetuto.
4. Nella fase più acuta si sviluppa inoltre una totale incapacità sensoriale alla rilevazione dei propri errori, in quanto il paziente soffre anche di un'ulteriore patologia nota come "mania di superiorità".

Possibile cura:
Esporre il paziente a una terapia d'urto conosciuta come "Guarda la RAI di pomeriggio", ovvero posizionare l'individuo in questione di fronte a uno schermo che trasmetta i vari talk show caratterizzati da loquacità purulenta e ammorbante. In caso di residenza all'estero, sostituire all'elemento RAI un qualsiasi canale tv. 
Trattasi di terapia intensiva e molto pericolosa, con dosi da non somministrarsi per più di due pomeriggi a settimana.

Altra cura: la registrazione delle elocubrazioni del paziente, con qualsiasi mezzo a disposizione: registratore, cattura immagini per elucubrazioni su Facebook, blog, Twitter o qualsiasi mezzo scritto il paziente usi per dimostrare la propria superiorità. Esporre poi il paziente al prodotto finale.

A volte di fronte alle proprie produzioni linguistiche si verifica un bagno di realtà (reality check) che può guarire quasi istantaneamente il paziente.

Ma soprattutto.
Facciamolo ridere questo paziente!!!

L'insegnante colpito da sindrome della maestrina dalla penna rossa è di solito coscienzioso, dedica ore ed ore a costruire il futuro dei propri alunni, prima, dopo e durante il normale orario scolastico, ed è realmente esposto a batteri preposizionali, virus congiuntivi, idee distorte e ormoni adolescenziali impazziti.

Per una guarigione soft alternativa sono utili prese per il naso, vignette, soprattutto se satiriche, caricature e musichette canzonatorie.

Non dovessero funzionare, 
anche 
un bel 
VAFFANCULO
sarà 
d'uòpo.




mercoledì 14 gennaio 2015

Colombia per bambini. Istruzioni per l'uso.

Colombia is the most dangerous place on Earth.

A queste parole il mio orgoglio colombiano mi ha fatto quasi aggredire fisicamente il cretino che le aveva pronunciate.
Non so quale orgoglio colombiano, visto che nonostante tre quarti della mia famiglia siano colombiani, a me proprio neanche si parla di darmi la cittadinanza.

La frase mi è sembrata comunque pericolosamente idiota.

Non perché io sia cieca e non veda i travagli di un paese che cerca di uscire da decenni di violenza e guerra civile.
Ma perché una frase così alimenta la violenza, alimentando la paura.
Ora, che un idiota che in Colombia c'è stato e che vuole tornare a casa e avere successo con le donzelle a basso contenuto di neuroni possa pronunciarla, lo capisco.
Ma lo capisco solo se poi entra in funzione un qualche meccanismo di autodistruzione esseri inutili.
Un po' come per il Messico, mi sembra che avere paura di andarci sia come far vincere chi vuole il paese in preda al terrorismo e alla violenza.
Bisogna andarci invece, tornare a casa, esorcizzare la paura, farsi sentire presenti.

E così noi, nel paese più pericoloso del mondo, non solo ci andiamo, ma ci andiamo con i bambini.
La famiglia di Juan, che vive dietro a un cancello che protegge la porta di casa, ci definisce callejeros, cioè vagabondi.
In effetti a casa ci stiamo poco. Ci si sveglia, si fa colazione, e via per la città.
E pure con i mezzi pubblici.
Luca e Matteo nei nostri viaggi hanno conosciuto mezzi di trasporto di tutti i tipi: taxi, autobus, treno, collettivi, navi, moto taxi, metropolitana, ci manca solo l'elicottero.

Ci piace che si mescolino fra la gente, a spintoni, in equilibrio precario, per provare un senso di appartenenza a un pianeta popolatissimo, dove ti pestano i piedi, ti cedono il posto, dove a volte gli autisti partono lasciandoti appeso solo a un filo di speranza, fra il tornichetto e l'asfalto che brucia.
Dove le mamme leggono ai bambini, per impiegare bene il tempo degli spostamenti, li stringono facendosi culle, li pettinano, li smacchiano o solo li guardano attraverso il loro futuro.
Luca e Matteo saltano, si appendono, volano fra un mezzo e l'altro, si sentono grandi ma mi stringono forte la mano, perché l'ebbrezza dell'avventura non diventi perdita e terrore.
Alcuni mezzi entusiasmano più di altri, come il moto taxi Ape Car che infiamma Matteo di passioni automobilistiche.

E noi?

In realtà siamo tutti ottimi viaggiatori, poco ci impaurisce la fatica di un viaggio con pargoli e bagagli. Siamo una famiglia di zingari.

A Medellín i miei bambini hanno imparato ad amare le statue, i graffiti, l'arte metropolitana su cui ti puoi arrampicare, i volti famosi che puoi fissare senza abbassare il capo e le installazioni che insegnano la storia del paese, che è anche parte di loro.

La notte illumina la città di colori che trasformano anche loro, che li ammirano a bocca aperta.
Il grande miracolo dell'elettricità.
Il sole invece fa spuntare le farfalle da tutte le foglie del Giardino Botanico, e le iguane e le tartarughe escono quasi a comando, a mostrare la loro imponenza. Il cielo appartiene alle scimmie, e più in alto agli uccelli, che lo trasformano di suoni e colori.

Troppo romantico? Bisogna ammettere che la mano quando giriamo per la città forse un po' più del solito gliela stringo.
La paura che qualcosa possa succedere c'è.

Ma non ci facciamo dominare.

Oggi quasi ci schiacciavano Luca in Metro, per colpa nostra che tornavamo all'ora di punta, con la folla da stadio alla fermata...
Anche i nostri amici sono a favore della libertà e del riprendersi gli spazi per non far vincere la violenza.
Però pure loro gli stringono la mano e li tengono ben stretti.

Sono felice di sapere che da grandi i miei bambini sapranno di aver giocato sulle statue di Botero, di essere stati in moto taxi e di non aver avuto paura nel loro paese.


Assolutamente da visitare con bambini:
Plaza Botero
Parque de los pies descalzos, e tutti i parchi della città in generale, soprattutto quando hanno in corso manifestazioni ed eventi.
Jardín botánico e Mariposario
Reposteria Astor, una meravigliosa pasticceria che offer cioccolato e dolci tipici a forma di animali coloratissimi.
Museo de Antioquia, dedicato a Botero, con una bellissima sala dove i bambini possono giocare ed entrare nell'opera d'arte Pedrito.
Parque Explora, un parco scientifico e interattivo

Festival da non perdere:
Festival Internazionale della poesia
Feria de las Flores

lunedì 12 gennaio 2015

Non chiaccherare. Non disegnare.

A mio nonno ai tempi del fascismo pare venisse consigliato di non andare in piazza durante le adunate. Non perché fosse un partigiano impegnato nella lotta al fascismo, nè un grande pensatore, filosofo o politico, ma solo perché zitto non ci stava e se sentiva delle stronzate opinioni diverse dalle sue gli sembrava giusto, in maniera più o meno (molto meno) elegante farlo notare ai presenti, con toni più (molto più) o meno agitati.
Quindi nonno stava a casa. Zitto no, non ci stava, ma fra le pareti domestiche si poteva essere ribelli ed esprimere le proprie idee liberamente, che al massimo non ti stava ad ascoltare nessuno.

A me da piccola leggevano Gian Burrasca, come esempio di difensore della libertà di espressione che in un modo o nell'altro si mette sempre nei guai.

Mia madre diceva che se fosse nata in un passato storicamente non ben definito, sarebbe stata sicuramente punita dal Sistema per non saper tenere la bocca chiusa. Degna figlia di suo padre.

Una famiglia di chiaccheroni.

Pochi anni fa nella mia città un gruppo di chiaccheroni è stato accusato di terrorismo, non perché fossero state trovate reali prove concrete contro di loro, ma solo perché avevano fatto affermazioni minacciose, o anche non minacciose, semplicemente considerate pericolose.

Faceva bene chi suggeriva a mio nonno di stare a casa.

Ricordo che anche io quando ero giovane e avevo occupato un asilo insieme a un gruppo di rivoltosi umanoidi, avevo sentito qualcuno dirci di fare attenzione, che avevamo i telefoni sotto controllo, che era pericoloso.
Non capivo bene cosa ci potesse essere di pericoloso a occupare un asilo. Al massimo la stagione, visto che noi, anziché fare la primavera di Praga avevamo deciso di fare l'autunno-inverno di Monserrato, e faceva un freddo boia a dormire in una casa senza porte o finestre solo col sacco a pelo vecchio. Pericoloso o no mi era piaciuto moltissimo. Avevo anche imparato a suonare Hey Joe alla chitarra. L'unico evento artistico della mia vita.
Mi vergognavo un po', perché io all'asilo poco ci facevo: gli altri occupanti erano tutti musicisti, disegnatori: avevano fatto dei murales che io, che non avevo fatto niente, se non eventualmente rifornire il gruppo di tè caldo la sera, non ero degna neanche di guardare.
Non potevo che ammirare i rivoluzionari che mi avevano permesso di aggiungermi a loro.
E collaboravo chiaccherando, visto che a me, quanto a chiacchere, in pochi mi battono.
Eredità di famiglia.

Quell'occupazione aveva dato il via a tutta una serie di altre occupazioni, principalmente all'università, dove, devo ammetterlo, non ho fatto che rimpiangere l'asilo, freddo, sporco, ma pieno di creatività e di gente onesta che rivendicava uno spazio proprio per creare. Occupare l'università era più comodo, si dormiva nell'Aula Magna sopra la moquette, al calduccio. Nessuno mi ha insegnato una nuova canzone però, e quei rivoluzionari mi si erano pure rubati le meccaniche della chitarra. È sicuramente quello che ha stroncato la mia carriera musicale. Anche lì si rivendicava uno spazio. Politico. O meglio direi un posto in politica. Giovani rampolli della bella società rivoluzionaria. Io ci stavo anche peggio che all'asilo. Assolutamente fuori posto.
Neanche a dirlo, lì non disegnava nessuno.

Ma il vero atto rivoluzionario della mia vita è stato quando ho deciso di scoprire se quella gentaglia che tanto casino aveva fatto a Seattle era veramente gentaglia. Alla tv, nonostante quello che dicevano i giornalisti, a me sembravano proprio persone perbene, che chiedevano soltanto di essere democraticamente presenti quando i Signori dell'Universo si riunivano a decidere chi vinceva a Risiko. Mi sembrava molto lecito, anzi addirittura encomiabile, che qualcuno girasse il mondo solo per dimostrare la propria opinione e guidare i Signori verso delle decisioni giuste e condivisibili per tutti.
La tv invece li faceva sembrare dei mostri. Ma come può essere mostro chi vuole un mondo migliore?
Allora, nel 2001 mi sono imbarcata per Genova per unirmi a loro, con una banda di chiaccheroni meravigliosi, alcuni di soli 15 anni e con una cultura e delle idee che io non avevo mai sentito. Gente davvero rivoluzionaria. Fra di loro c'erano anche alcuni che molto rivoluzionari non erano, diciamolo, ma tanto, una volta scesi dalla nave, quelli si sono visti ben poco, che l'aria era tesa e i sacchi a pelo scomodi.
Come è finita quella meravigliosa avventura si sa.
Anche a noi, come a mio nonno, la polizia ha detto che dovevamo starcene a casa. Anche se non eravamo pericolosi. Solo per il fatto di parlare troppo.

Ora il fatto è che da quando sono arrivati Luca e Matteo il mio sogno è andare a una manifestazione con loro, insegnargli a conquistare la strada, a parlare con la gente, a imparare da uno sconosciuto a suonare Hey Joe. Luca poi, mi ha detto che vuole fare l'artista. Non solo di disegni, anche di statue. Sarei così orgogliosa di vedere un giorno dei murales rivoluzionari fatti da lui.

Ma la verità è che io a una manifestazione non ce li ho ancora portati.
Perché ho paura.
Perché i grilletti sono veloci e i gas bruciano la pelle.
Perché dovunque ti volti chi vuole limitare la tua libertà ti minaccia.
Perché quando si uccide, a una manifestazione o sul posto di lavoro, si creano cadaveri da appendere sulla pubblica piazza, a monito.

Io in piazza a Parigi non ci sarei stata.
Con tutta quella gentaglia in prima fila, che censura la gente alle manifestazioni con la violenza, fratelli di chi uccide per punire dei disegni o delle parole.
Perché li hanno accettati? La strada è della gente comune, non dei potenti.
Sono andati a fare un balletto macabro sulle tombe di chi non li ha mai rispettati.

Nemmeno voglio che i miei figli diventino due chiaccheroni da salotto, o che Luca disegni per i suoi amici, nella sua cameretta.
Devono imparare a pensare, devono crescere liberi, Gli comprerò più colori, gli insegnerò ad amare la gente e la strada.

E quando sarà ora ci andremo insieme alle manifestazioni e io avrò imparato a farmi coraggio per loro.

venerdì 2 gennaio 2015

Supermamme contro il Mostro Nero della notte

In questi giorni mi sveglio e non voglio tirare su di nuovo le coperte.
Di pomeriggio ho voglia di guardare la tv, scrivere, leggere, sorridere.

Chiaramente è necessaria una seria riflessione e analisi dei fatti.
Il caso infatti è abbastanza raro.

Anche le mie migliori amiche  si ritrovano spesso nella stessa barca. Che piano. Piano. Affonda.

Le mie interazioni più intense su Facebook sono con amiche che si lamentano della stessa cosa: l'insonnia.

Una pubblica che non dorme, l'altra ci si aggiunge, poi arrivo io (causa il fuso orario).

Insomma, siamo stanche, abbiamo le occhiaie che sembrano l'oceano profondo dei mari del sud, e delle borse sotto gli occhi in cui potremmo mettere tutte le memorie presenti, passate e future di varie generazioni.

Saranno le preoccupazioni.

No.
Preoccupazioni non ne abbiamo. Avremo il mutuo, le bollette, due figli, un marito, una casa da mandare avanti da un fine settimana all'altro, mille lavori che ci riempiono le ore e la mente. Ma preoccupazioni davvero no. In fondo abbiamo un lavoro, di solito quello scelto da noi, che ci affatica ma ci gratifica, una famiglia che adoriamo, dei mariti da sballottare un po' e amare, amiche con cui condividere gli alti e bassi della vita, anche a chilometri e chilometri di distanza.

Non ci manca niente.

Ma allora perché ci infuriamo, perdiamo la pazienza e soprattutto il sonno?
Saremo dei mostri?
Le famose donne insoddisfatte delle riviste per casalinghe?
Le mamme iperattive che vogliono tutto, soprattutto la perfezione e perdono le staffe se i loro progetti mostrano una falla?

Analisi.

Mi sveglio tutte le mattine alle 6.
Vesto i bambini.
Mi vesto io.
Colazione.
Dai, fai colazione.
Su, mangia che siamo in ritardo.
MangiAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!
Scarpe.
Per uno.
Per due.
Per me.
Giacca uno.
Giacca due.
Giacca me.
Asilo pre-scuola.
Fuori uno.
Zainetto uno.
Fuori due.
Zainetto due.
Ciao mamma arriva presto uno.
Ciao mamma arriva presto due.
Bacio uno.
Bacio due.
Ri-bacio uno per evitare crisi di abbandono.
Macchina.
Autostrada.
Lezione uno.
Due.
Tre.
Pranzo.
Mille studenti in classe anche a pranzo.
Niente pranzo.
Lezione quattro.
Cinque.
Sei.
Finito. Respira. Pranzo. (Merenda?)
Autostrada.
Asilo.
Bacio uno.
Bacio due.
Corri a casa.
Cena.
Quel cartone mi sembra violento.
No, mamma non è violenzo.
Dalla cucina sembra di sì.
CambialOOOOOOOOOOOOO!!!
Cena.
Bagno.
Libro.
No, vogliamo il film.
No, libro.
Ho detto librooooooooooo!!!!
Nanna per uno.
Nanna complessa per due: abbracciami.
Ti sto abbracciando.
No, più tight.
Nanna due.
Il marito guarda la tv...
Magari scendo anche io...
Sì, dai ora scendo...zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz...

Fin lì tutto perfetto.
Poi verso le due, appuntamento su Facebook con le insonni.

Non so, ma io mamme insonni casalinghe non ne ho ancora incontrato.
Fare la mamma e lavorare non è semplice.
E quella di cui sopra è una giornata modello 1 - semplice.
Poi ci sono i giorni che i lavori sono due e si torna alle 8:30, per trovare il marito in versione drago-ora-o-li-strozzo-o-me-li-mangio perché il giro asilo-cena-nanna è toccato a lui.

Daltronde, cosa fare?
Scegliamo di lavorare per condividere le responsabilità, per realizzarci ed essere "una" non la metà di qualcuno, per dare un esempio di dignità e indipendenza ai nostri figli, per offrire loro la possibilità  di viaggiare, di avere una casa, di avere un futuro.
La mia è una casa fondata sul lavoro.
Che mi tolga la pace e il sonno non importa.
Io non sono negativa. Sono stanca, cari signori belli.

Bisogna ridimensionare, rivedere le priorità, trovare il tempo della felicità.
Ecco un buon proposito per il nuovo anno.

Il lavoro però resta lì, per mostrare ai miei piccoli che la mamma è stanca, ma perché ha un suo ruolo nella società e perché vuole poter dare loro tutto quello che a loro serve.

Poi arrivano le vacanze, il sole splende anche se fuori piove, ci si rilassa, viene voglia di fare tante cose, di sorridere, di ballare e cantare con i bambini.
Fortunatamente ho scelto un lavoro che di vacanze ne porta molte.
Il sole splende spesso.
E torna il sonno.

Fino a lunedì.
Ma il sole splenderà lo stesso, troverò le mie amiche insonni in un'altra dimensione e ci faremo compagnia.

(Ps= niente di male ad essere casalinghe, se una vuole farlo, se  è soddisfatta, se è una scelta, se nessuno ne paga le conseguenze. Io sarei stata una casalinga molto soddisfatta, Avrei dovuto abbandonare molti sogni. Ho solo deciso di non farlo.)

giovedì 1 gennaio 2015

Ma io dove vivo? Identità e affini

Nel periodo delle feste la nostalgia si fa sentire e viene voglia di tornare a casa.

Da poco su Facebook ho avuto uno scambio di idee con un'amica.
Ho postato (scusate):

- Seriously homesick.
Risposta (o domanda, vedete voi):
- Where are you?
- At home.
- Which home are you missing then? Or are you sick of being home??

Il concetto di casa è molto variabile, multiplo, sconcertante, confortevole e confortante.
Secondo Paul Young bastava poterci poggiare il cappello per chiamarla tale.

Io cos'è non lo so esattamente.
So che a volte vorrei andarci, mi ci vorrei identificare, vorrei avere la sensazione di esserci.

Uno dei pochi momenti in cui mi sento totalmente a casa è dopo un viaggio. Per me è la valigia che bisogna poggiare, non il cappello. Forse perché il cappello non lo porto.

Disfare la valigia mi dà la sensazione di essere arrivata. Por fin! Giunta alla meta agognata, al luogo dove finalmente posso riposare dopo un periodo di instabilità, tempeste, aerei, navi, treni.
Sensazione che provo a Houston dopo l'estate, in Sardegna all'arrivo da Houston, indistintamente.

Dovunque trovo quiete dopo la tempesta.

La sensazione della casa la provo anche però quando vedo un panorama di Mosca, del Cheshire, di Parigi, di Madrid, se sento una musica conosciuta, una lingua che capisco.

Anche Medellin è casa, non tanto per esserci vissuta a lungo, ma perché ha dato origine, in un modo o nell'altro, agli uomini più importanti della mia vita.

La casa è uno stato mentale.

Quando infatti un luogo non mi sembra casa, basta che un pezzo di un'altra casa arrivi a trovarmi, amici, un pacco, una cartolina, e immediatamente la non casa si ritrasforma in casa.

E per i miei figli?

Fondamentale ora far sì che identifichino la LORO casa, con la MIA casa, perché ça va sans dire che loro sono parte integrante di qualsiasi valigia da posare a CASA.

Strazianti alcuni viaggi recenti, in cui si arrivava a Medellin o a Sassari, stanchi e felici noi, scocciatissimi, spaventati e delusi loro...
Luca passa i primi giorni a odiare qualcosa: la casa piccola a Sassari, lo spagnolo a Medellin.
Matteo vuole direttamente tornare a casa. E allora via, si torna a casa a piedi, si fa il giro dell'isolato alle 2 del mattino, per annusare la zona, trovare qualcosa che ci piace, rilassarci e decider che magari è meglio restare, per avventurarci anche il giorno dopo nella nuova giungla urbana...

La via d'uscita si trova nell'incontro con le persone, quando i bambini si incontrano, ricevono abbracci, biscotti e sorrisi.

E zii.

Da buona sarda insegno loro che gli adulti amici sono tutti zii e zie. Questa famiglia allargata a loro piace molto, ne chiedono una costante conferma, li fa sentire a casa.

Il rientro a Houston è sempre una gran festa. Luca dice che le persone non devono lasciare il loro country. Che i suoi amici sono a Houston, come la sua scuola, i suoi vicini. Anche se abbiamo casa in tre posti diversi, la loro identità per ora è evidente. Non è la nostra. Non solo almeno.

Devo godermi gli anni in cui ancora la casa migliore sarà fra le braccia della mamma (e la mia abbracciata a loro due!).

Che il 2015 ci porti tante valigie, piene di amici, case e biscotti!

lunedì 29 dicembre 2014

Facebook e il miracolo delle famiglie Mulino Bianco

A volte per vedere come va la mia vita mi collego su Facebook.

La consolazione arriva istantanea: va tutto bene, guarda come sono felice!

Diciamolo, sono chiaramente Facebook-internet-comunicazione immediata-selfie dipendente.
Sono così dipendente che anche i miei bambini ormai, qualsiasi cosa facciano, se ci fa ridere, se ci piace, mi dicono subito: "Fai una foto?".

E subito finisce su Facebook.

Alcuni vedranno sicuramente qualche terribile anatema minacciare la mia famiglia per tanta esposizione mediatica, rischi mortali di bambini visti da tutti, case riconoscibili, luoghi rintracciabili. 

Altri si annoieranno a morte chiedendosi se non ho proprio nient'altro da fare che mostrare "Luca e Matteo che fanno colazione", "la mamma che mette la crema antirughe", "quel raggio di sole che sul ciuffetto fuoripostodiMatteorilucepropriocomeunraggiodisole"...

Altri ancora troveranno nauseante questa continua esposizione di amore, felicità e armonia.
(Magari un giretto di medicina dell'occhio in fondo me la dovrei far fare, così, anche solo per scaramanzia...)

Io invece la trovo terapeutica.

Come quando c'è una tempesta coniugale e Luca mi porta una foto di noi tutti insieme e mi dice: "Guarda come siamo felici qui!".

E ha proprio ragione.

Facebook è un po' come la vecchia scatola di latta in cui tenevamo le foto, le lettere di chi ci voleva bene, la carta di quel regalo speciale che ci aveva fatto tanto felici, un fiore secco di cui ricordiamo ancora il colore vivace e il profumo intenso di quando era pieno di vita.

Ma ha il vantaggio dei fermenti lattici: è vivo!

Una foto va online, subito arriva un Mi piace, un commento, una faccina felice.
Arriva dall'altro lato del mondo, da un cuore che batte con il mio anche se ad orari diversi.

È ovvio che sia irritante tanta felicità, che non sia reale. Ma è un modo per far durare più a lungo quel calduccio che abbiamo provato nel cuore ("Tristeza no ten fin, felicidade si..."), per riprovarlo ogni volta che torniamo online e che ancora quelle parole sono lì, come quel sorriso, il volo del mio bambino immortalato per sempre in un momento di estrema felicità.

Così ci si consola dal freddo dell'inverno e ci si protegge dal freddo nel cuore, quando si è lontani e non si possono vincere le distanze se non col teletrasporto nei profili di chi amiamo.


giovedì 3 aprile 2014

Latte nero

Elif Shafak aveva alcune miniature di troppo nel suo harem interiore, che le parlavano di come gestire, o non, la sua maternità e la sua vita.
Fra le tante credo che Miss Ego Ambizione sia proprio quella che mi è rimasta più antipatica: così negativa, così ansiogena.

Probabilmente la sviluppiamo tutte, prima o poi, una nostra Miss Ego.

La mia è un mostro.

Quando salta fuori è orripilante, con tentacoli orrendi e una testa da Medusa, occhi indemoniati che chiedono vendetta.
O almeno un po' di silenzio, un po' di riposo, un breve ma efficace respiro di sollievo.

E se questo non arriva, allora arriva Lei.
Grida.
Magari tira pure uno sculaccione.
Magari due.
Allontana i bambini.
Li spaventa.
Mi spaventa.

Tutto il lavoro, la cura, i gesti compiuti per creare un nido sicuro, caldo e aperto al mondo per i miei bambini, tutto svanisce.
Pochi secondi che possono distruggere giorni, mesi di amore incondizionato.

La mia Miss Ego è felice quando non dormo.
Sa che avrà la meglio.

Luca è l'unico che può vestirsi da coraggioso cavaliere impavido e affrontarla.
Mi dice di non urlare.
Mi abbraccia e sussurra "It's ok."

Il mostro se ne va, sconfitto, ritira i tentacoli e sparisce.
Il momento di riposo, il respiro di sollievo arrivano e mi riportano in me.

Fino a che il vaso non sarà nuovamente colmo.

Ma fino ad allora i miei piccoli e io ci rifugiamo nel nido, a farci le coccole e a osservare il mondo che scorre sotto di noi.

giovedì 27 marzo 2014

Ma tu, quanto bilingue sei?

Juan e io abbiamo sempre saputo che uno degli aspetti magici della nostra unione era che se avessimo avuto dei bambini avrebbero potuto imparare non una, non due, ma ben tre lingue così, solo per il fatto di essere figli nostri.
Ci sembrava naturale: io parlerò italiano, tu parlerai spagnolo e Houston insegnerà loro l'inglese.
Fatto.
Organizzato.
Perfetto.

Io, che sono un'avida lettrice, avevo letto molto, un po' qua e un po' là.
Sapevo cosa fare.
Parli tanto, offri materiali autentici, libri, cartoni animati, canzoncine, film, filastrocche e chi più ne ha più ne metta. Un'estate in Colombia, una in Italia per coltivare amichetti con cui parlare, affetti qui e affetti lì, tutti a stimolare e a comunicare con i nostri piccoli virgulti in crescita.
In italiano io, in spagnolo Juan, Houston in inglese.

Et voilà! I bimbi trilingui sono serviti, così, su un piatto d'argento, senza nemmeno Rosetta Stone.

Certo, non avevamo considerato che avremmo potuto avere gemelli.
Nemmeno avrei mai immaginato di avere due maschietti.
Insomma, famiglia trilingue + gemelli + maschietti= lo sfacelo.

Quando prima dell'anno Matteo faceva i suoi gorgheggi, mi beavo all'idea che presto i miei piccini avrebbero riempito le stanze delle loro chiacchere allegre.
Al primo "mamma" mi scioglievo già in un brodo di giuggiole.
Eppure il tempo passava, le bambine che incontravamo al parco già spettegolavano allegramente con frasi complete, e i miei prodi erano ancora lì a biascicare versi incomprensibili.
Mai stata meno felice di constatare la superiorità femminile...
Mi proponevo comunque di aspettare pazientemente i progressi linguistici, senza ansie da prestazione.

E lì è intervenuto Luca, con la sua mente creativa.
Anziché imparare parole universalmente riconosciute come appartenenti ad almeno una delle tre lingue parlate in famiglia (che noia...) ha cominciato a creare un linguaggio tutto suo, coerente al punto che a volte per farci capire usavamo noi i suoi termini, anziché esigere che si adattasse lui a noi.
Matteo chiaramente, affascinato com'era dall'estro del fratellino, ha abbandonato i suoi studi linguistici ufficiali per adeguarsi totalmente alle invenzioni di Luca.

E parliamo di quando i genitori all'asilo commentavano la mia frustrazione con frasi solidali tipo "Magari parlerebbero di più se parlassero solo inglese/ dicono gli studi che i bambini bilingui non hanno mai un ampio vocabolario" e chicche del genere...

Rosetta Stone si vendicava su di me per il boicottaggio fatto in passato.

Ora però uno dei due è un chiaccherone poliglotta, che comincia a parlare al risveglio e smette di inventare storie di draghi e castelli solo a palpebre chiuse la notte.
L'altro ancora fatica, preferisce l'inglese, più semplice e conciso.

Ma io so che i miei piccolini, con tanta pazienza, con tanti libri e con tanti amici con cui chiaccherare, stupiranno presto (e in ben tre lingue!) tutti gli scettici monolingui con crisi di superiorità.

venerdì 21 febbraio 2014

Hipster si diventa

Ieri dovevo andare al museo con i miei studenti per un progetto e ho detto ai bambini di sbrigarsi che mamma doveva arrivare prima a scuola.
Mi è stato chiaramente chiesto perché e sono cominciate le rimostranze: a me al museo non mi ci porti mai...
Ora, a parte l'amore di Luca per l'arte drammatica e le impersonazioni delle vittime più celebri, in realtà queste rimostranze mi sono piaciute parecchio.
Noi i bambini al museo ce li abbiamo sempre portati: nel marsupio, in braccio, per mano... La prima volta avevano forse due mesi.
Non solo al museo, ma a concerti, a vedere film all'aperto, a conferenze, in biblioteca.
Bambini hipster.
Questo volevamo.
Anche senza chiamarli cosi.

Ricordo che appena conosciuto Juan eravamo andati alla Menil Collection e in una piccola libreria di fronte al museo una bambina, di forse tre anni, piangeva e faceva i capricci.
Finche la mamma non è intervenuta: "Alright, alright, I'll take you to the museum!".
Queste sante parole hanno magicamente calmato la furia infantile, che con un sorriso ha preso la mano della mamma e si è diretta verso il suo personale Paese dei Balocchi la Menil Collection!
E io ho pensato che anche io avrei voluto avere una furia che si calmasse con la promessa non di una caramella, ma di una visita al museo.

E cosi me ne sono fatta due!

Houston offre varie opportunità, musei per bambini, delle scienze, d'arte, di tutte le forme e di tutti i colori.

E noi li visitiamo vieppiù frequentemente.
Diciamo che non abbiamo sempre avuto grande successo durante tutte le visite, ma quasi.

A volte chi sta di sorveglianza nei musei si preoccupa, ci segue, pronto a bloccare con uno scatto felino qualsiasi tentativo di Luca e Matteo di eventualmente osservare troppo da vicino, migliorare o comunque modificare le opere d'arte più o meno intenzionalmente.
Si sentivano più sereni quando ancora stavano nel marsupio, bloccati addosso a babbo e mamma...
Già quando gattonavano, li sentivano più minacciosi. Ora poi che camminano libero-rapidamente, scatenano il panico...

Ma l'ideale è stato l'estate scorsa, quando nel parco della mia città, i Giardini pubblici di Sassari, hanno organizzato delle presentazioni di libri all'aperto con contiguo laboratorio artistico per bambini: il babbo e io finalmente ad ascoltare qualcosa che non avesse a che fare con la scuola o con i bambini, e loro felici a colorare, ascoltare storie e correre a piedi nudi sull'erba. Ogni tanto ci facevano una visita, e poi di nuovo al laboratorio.

E poi, sempre nello stesso posto, di notte, cinema all'aperto. Ci portavamo dietro un picnic e via!
La serata era organizzata!

Luca e Matteo sono i miei amici con cui posso uscire, scoprire, imparare. Voglio che per loro siano un piacere sia l'apprendimento, sia la condivisione delle scoperte con noi, anche se siamo grandi, anche se quando saranno giovani adulti noi saremo anziani.

Non so se crescendo ameranno ancora i musei, le biblioteche, l'arte, la musica, ma sicuramente noi stiamo cercando di fare quello che possiamo perché almeno conoscano e possano scegliere poi quello che preferiscono.

martedì 4 febbraio 2014

Niente nuove - Niente nuove

Qualcuno da poco mi ha detto che il silenzio è sottovalutato.
Oggi non ho proprio niente da dire.
Rivalutiamolo.

lunedì 3 febbraio 2014

Tanti auguri a teeeeeee, tanti auguri anche a teeee...

Presto sarà il compleanno dei miei bambini.
Il momento è un po' critico già da un anno.
Fino ai tre anni ci sembrava normale festeggiarlo con i NOSTRI amici, con o senza bambini.
Dall'anno scorso però Luca e Matteo hanno cominciato ad avere bimbi come loro, nanetti come loro, che li salutano con un abbraccio, con cui cercano vermi (o con cui si mettono lo smalto).
Insomma, i miei bebè sono grandi.
E visto che sono anche molto ospitali, chiedono se possiamo invitare i loro amici a casa nostra.

Grazie alla cara Sig.ra Montessori, ma non solo, i miei gemelli sono in due classi diverse, sia a scuola che al nido doposcuola.
Non discutiamo più se sia utile o no alla loro crescita, abbiamo superato la fase del dubbio educativo.

Ma alle nostre economie familiari, chi ci pensa???

23 bambini in classe di Luca a scuola.
23 bambini in classe di Matteo a scuola.
13 bambini con Luca al nido.
13 bambini con Matteo al nido.

Tra amichetti e compagnetti, alla festa ci saranno più invitati che al mio matrimonio.
E allora?
Non se ne fa niente e gli faccio credere che il loro compleanno sarà sempre una festa fra amici di mamma e papà?
Ma come fanno le altre mamme?
Magari non hanno gemelli, ma in molte famiglie qui i figli sono più di uno...
Si sceglie chi invitare e chi no?
Con Luca si può fare, parla, racconta cosa succede a scuola, chi è suo amico e chi no, con chi litiga e chi vuole portare a casa.

Matteo no.
Al nido incontro i suoi amici, che giocano con lui e lo salutano, incontro le mamme che mi dicono che i loro figli parlano sempre dei miei.
Ma a chi vuole bene Matteo io non lo so.

Dunque la decisione è presa: si invitano tutti!

Tanto a paninetti, torte, succhi e patatine li riempiamo quei pancini!
(Fortunatamente ancora non sono adolescenti)

Ma come, dove, quando?

Quando è facile: il giorno dopo il loro compleanno è sabato, scelta scontata.
Di mattina, così magari non ci roviniamo la giornata e facciamo pure il riposino dopo la festa.

Dove è una tragedia.
In tutti i vari locali ginnasto-ludico-scientifico-clowinistico-festaioli dove siamo stati per gli altri compleanni le cifre sono sempre simili: 200 sacchi circa fino a un 15-20 bambini, oltre quello una cifra tot a bambino in eccedenza. Mettiamo un 10 sacchi a bambino, per 50 bambini... Sfioriamo la catastrofe senza nemmeno pensare ai pancini...

Senza contare che poi alcuni pancini arrivano magari accompagnati da altri pancini...

A me i pancini vuoti proprio non piacciono.

E poi diciamolo, la festa dura un'ora e mezza, due ore e ti cacciano per fare spazio a chi è in lista dopo di te. Mai sopportato che mi ricordassero che una festa era finita.
Anche perché io, Luca e Matteo arriviamo sempre in ritardo...

Houston offre di tutto e di più per i compleanni, ma sempre per numeri relativamente limitati di ospiti (numeri logici, razionali, tipo 20) e senza considerare l'elemento gemelli, che raddoppia tutto...

Non sto a citare l'elenco dei luoghi meravigliosi che accolgono e fanno divertire i rampolli che crescono, perché sono tanti e non ce n'è mai piaciuto nessuno.

Gli unici che veramente prima o poi considererò sono: lo zoo, perché ci puoi rimanere quanto ti pare, anche dopo che la tua sala non è più a tua disposizione, e perché i bambini possono stare con gli animali e conoscere chi se ne occupa; e anche il museo delle scienze, che organizza anche lì feste istruttive e divertenti, ma poi non caccia tutti allo scadere delle due ore o meno.

Tante volte però in questi anni ho visto nei parchi gruppi di persone riunite per compleanni e varie feste, con i tavoli da picnic colorati e i palloncini svolazzanti.
Niente limiti di orario, spazi aperti, giochi sicuri, in mezzo alla natura.
Niente tariffe esorbitanti (che c'è poco da fare ma sempre lì si torna: immigrata, non expat) e un budget per riempire i pancini, che quelli sì ci stanno a cuore.

E allora è deciso.

La festa si fa al parco, si invitano gli ospiti con Evite, che per l'appunto ci evita di dover buttar via tanta carta preziosa in bigliettini di inviti che vengono cestinati praticamente all'arrivo a casa, e si aspetta a preparare la merenda di sapere quanti ci risponderanno con un RSVP, per dirci se verranno. Questo ci consentirà di razionalizzare anche i ricordini (assolutamente obbligatori qui...) in base al numero di ospiti.

Per ora ha risposto solo una mamma.
Ha detto forse.

Non so... Forse non riusciremo a razionalizzare e collasseremo...

domenica 2 febbraio 2014

E se i maschietti vogliono lo smalto?

Ora potrei darmi un certo contegno, dire che mi dibatto fra i pro e i contro dell'offrire a maschietti e femminucce educazioni e stimoli diversi, alcuni da maschietti, altri da femminucce.

Io no, io sono una rivoluzionaria.
Non mi turbo.

Ai miei ometti offro bambole, costruzioni, trenini e utensili da cucina, trapani e aquiloni, biciclette e macchine fotografiche, libri con i draghi e con le principesse, bebè da cullare e anche pupazzi a forma di broccoli e carote.

E perché no? Lo smalto.

Spesso prendono in prestito i miei bracciali, gli orecchini, a volte le scarpe di papà.
Matteo ama mettersi i reggiseni attorno al collo.

Adorano quando mi metto lo smalto e oggi Luca era molto triste, perché la maestra all'asilo lo aveva messo alle bambine, ma non a lui.
Il papà di Jacob aveva dato il permesso, ma non c'era nessuno a dare il permesso per Luca.
E allora via, lo smalto la maestra gliel'ha messo anche se era già ora di andare a casa, visto che finalmente era arrivata la mamma a dire di sì!
Me li sono portati a casa tutti e due, Matteo compreso, con le unghie rosa scintillanti e le stelle negli occhi. Ebbri di femminilità. O di chissà cosa gli avrà suggerito quel colore, quell'odore pungente, con i brillantini illuminati dagli ultimi raggi del sole.

Eppure io non sono una rivoluzionaria. Non così tanto.

Quando l'estate scorsa dovevamo partire per la Sardegna, dura e pura, e Luca voleva portare nel suo zainetto il suo bebè, tutto vestito di rosa, io ho suggerito l'orsacchiotto.

Ho avuto paura che qualcuno lo prendesse in giro o facesse dei commenti su quel colore che non si dice, su un bambolotto e non un ben più virile orsacchiotto.
Non volevo dare spiegazioni a lui, non volevo dirgli che il rosa è per le femmine, almeno per alcune persone.
Non voglio essere io a spiegargli ora, che non ha nemmeno 4 anni, che il mondo è brutto e cattivo e ti giudica senza nemmeno conoscerti e ti etichetta.

E siccome allora ho avuto paura, ora no.
Ascolto.
E se vuole uscire con tante collane da sembrare un rapper da ghenga, perché no?
A Natale mi ha chiesto una Lalaloopsie. E via le Lalaloopsie!! Capelli rosa, blu, come vogliono loro.
E se le vorranno portare con loro il prossimo viaggio, sfodererò la sciabola e difenderò il diritto dei miei bambini a scoprire chi sono e cosa vogliono dalla vita.

Le etichette vengono prodotte a centinaia, dalle stesse persone a cui possiamo offrire motivi di scandalo, oppure no.

Non voglio farli vivere in un mondo protetto, neutro, in cui non possano essere individuati gusti maschili o femminili, per non correre rischi e non venir feriti.

Se qualcuno li ferirà, io sarò lì per loro.

Nel frattempo mi faccio preparare torte e caffè nella loro cucina, gioco con i loro draghi e costruisco torri altissime di castelli in cui vivono regine e principesse, da portare a spasso sui trenini o verso il tramonto a cavallo di un unicorno.

sabato 1 febbraio 2014

Il dolore non esiste. Viva l'America!

Mi sono tolta un dente, anzi due.
Proprio quelli del giudizio, mai arrivato.
Mi ero sentita molto orgogliosa quando erano spuntati.
Come una premonizione che qualcosa sarebbe cambiato.
Sarebbe arrivato il G-I-U-D-I-Z-I-O.
Un po' come il giudizio universale, ma io con quei denti ne uscivo bene.
Quattro biglietti verso la maturità e il buon senno comune.

Si dà il caso che il senno comune crei vari problemi, cresca a volte orizzontalmente e spinga quei proletari degli altri denti in maniera tale da provocare dolore e consunzione.
Un po' una rivoluzione oligarchico-dentale senza rispetto per chicchessia.
La soluzione è sempre la stessa: liberarsi del problema alla radice.
Una rivoluzione.

In Italia ne avevo tolti due, con gran dolore e terrore.
Un film horror durato secoli in cui il dentista doveva trovare mille appoggi per far leva e tirar via il mostro che si teneva con tutte le sue forze a una gengiva ormai stremata.
E io pure.

In America, ah, l'America, me ne hanno tolti due senza nemmeno dire trullallà.
I nostri gringos sono contrari alla legalizzazione delle droghe?
Mannò, proprio per niente!
Vengono amministrate dai dentisti.
Pusher novelli ed espertissimi.

Io per togliere questi denti sono stata sottoposta a una flebo di non so bene cosa.
Solo so che quel tubino nella mano mi ha fatto sognare.
Il dentista spaccava, trapanava, tirava, probabilmente martellava, magari c'era pure un moto picco.
Il fatto è che io NON HO SENTITO NIENTE.
Anzi, no, sarebbe una bugia.
Io mi sono sentita FELICE!
Lui faceva, io sognavo, mi godevo quel momento di pace, di armonia con me stessa e con l'universo.

Ogni tanto sentivo qualche colpetto.

Ma cos'era qualche colpetto, se paragonato alla flebo della felicità, della bellezza sublime (perché io, con quegli aggeggi in bocca, la faccia contratta in una smorfia munchiana e un signore con gli occhiali che mi armeggiava sul giudizio, mi sentivo proprio bella)

Non sono riuscita a rattristarmi nemmeno quando ha finito.

Su una carrozza reale, sono stata accompagnata fino al mio cocchio, dove il mio autista designato, il caro marito, mi ha fatto salire (volando con lui in un valzer di fiori) e mi ha ricondotto a casa.

Ho passato la giornata nel mio paradiso color di rosa, senza giudizio, ma a che serviva, tanto?

Devo ammettere che in questo paese il dolore non te lo fanno provare.

Anche dopo aver avuto Luca e Matteo, già dopo il primo giorno spingevo la carrozzina e da loro ci andavo da sola, dopo quattro giorni salivo le scale come una fatina.
Solo un po' a rilento.
Certo, la prima volta che sono andata dai bambini senza carrozzina ancora me la ricordo... Ho passato il tempo, almeno dieci minuti, trascinandomi a premere il pulsante dell'ascensore e poi a raggiungere le porte che si aprivano... troppo lenta per raggiungerle prima che si chiudessero...
Ricordo anche quando eravamo in macchina, ogni pietruzza e ogni dislivello della strada di casa che mi tirava la ferita.
Ma dolore, quello vero, descritto con tanta dovizia di particolari da chi mi aveva preceduto nella scala riproduttiva in Italia, mai.

Non so cosa sia.

Flebo, anestesie, vicodin, ibuprofen... Non so, sembrano versi di una poesia, parti di un incantesimo da recitare con solennità, fiale magiche che per un secondo, un'ora, quel che è, ti portano in un altro mondo, più bello, più giusto.

venerdì 31 gennaio 2014

Quello che le mamme scrivono. Quello che le mamme insegnano.

“La maternità è una sofferenza, una gioia molto sofferta. Da un amante ci si può staccare, ma da un figlio non riesci”.


Quella pazza di Alda Merini.

E ancora.

GENESI
Vorrei un figlio da te che sia una spada
lucente, come un grido di alta grazia,
che sia pietra, che sia novello Adamo,
lievito del mio sangue e che risolva
più quietamente questa nostra sete.
Ah, se t'amo, lo grido ad ogni vento
gemmando fiori da ogni stanco ramo
e fiorita son tutta e d'ogni velo
vo scerpando il mio lutto
perché genesi sei della mia carne.
Ma il mio cuore, trafitto dall'amore
ha desiderio di mondarsi vivo.
E perciò dammi un figlio delicato,
un bellissimo, vergine viticcio
da allacciare al mio tronco, e tu, possente
olmo, tu padre ricco d'ogni forza pura
mieterai liete ombre alle mie luci.



La maternità è una pura follia. Creativa. Distruttrice. 
Fonte di vita per cui almeno un poco bisogna morire.

A volte più di un poco.

Ti deruba delle forze, della lucidità, del sonno, di te, di quello che eri prima di essere una madre. 

Muori per rinascere. 

A volte. 

La letteratura femminile pullula di esempi di maternità distruttiva, distruttrice, ma che diventa anche terreno fertile sul quale creare, sognare, da cui prendere nuove energie.

Queste sono le tre mamme che ho nel cuore stanotte

Una, Alda Merini, la più fortunata, che ha passato la vita a dibattersi fra la poesia e i manicomi, ma che la mamma l'ha fatta tanto bene, tanto in profondità, che le sue figlie le hanno dedicato un sito web, per renderla ancora più immortale, non solo nei loro cuori.

L'altra, Sylvia Plath, che l'ha potuta fare poco la mamma, ma che ha avuto nel periodo della maternità il periodo più creativo della sua vita, e che scrive su questo una poesia terribile. 

E bellissima.

Medusa

Off that landspit of stony mouth-plugs,
Eyes rolled by white sticks,
Ears cupping the sea's incoherences,
You house your unnerving head-God-ball,
Lens of mercies,

Your stooges
Plying their wild cells in my keel's shadow,
Pushing by like hearts,
Red stigmata at the very center,
Riding the rip tide to the nearest point of departure, 

Dragging their Jesus hair.
Did I escape, I wonder? 
My mind winds to you 
Old barnacled umbilicus, Atlantic cable, 
Keeping itself, it seems, in a state of miraculous repair. 

In any case, you are always there, 
Tremulous breath at the end of my line, 
Curve of water upleaping 
To my water rod, dazzling and grateful, 
Touching and sucking. 

I didn't call you. 
I didn't call you at all. 
Nevertheless, nevertheless 
You steamed to me over the sea, 
Fat and red, a placenta 

Paralysing the kicking lovers. 
Cobra light 
Squeezing the breath from blood bells
Of the fuscia. I could draw no breath, 
Dead and moneyless, 

Overexposed, like an X-ray. 
Who do you think you are? 
A Communion wafer? Bluberry Mary? 
I shall take no bite of your body, 
Bottle in which I live, 

Ghastly Vatican. 
I am sick to death of hot salt. 
Green as eunuchs, your wishes 
Hiss at my sins. 
Off, off, eely tentacle! 

There is nothing between us. 

E che ha anche scritto libri per bambini, per sconfiggere le paure, le sue.



L'altra mamma è la mia, che mi ha insegnato a piangere, a ridere, a essere libera e testarda. 

Ma che non sarà qui a giocare con i miei bambini.



giovedì 30 gennaio 2014

La pappa col pomodoro, da qui comincia la rivoluzione

Cito testualmente da http://www.antiwarsongs.org/

“Dovresti mettere la pappaaippomodòro su 'Canzoni contro la guerra'. Detto così, alla fiorentina, perché è inutile starci a girare sopra: la pappa al pomodoro (non “col” pomodoro!) si conosce solo a Firenze (una di quelle cose semplicissime che pochi, però, sanno fare a dovere). Mi ci è voluto un minuto scarso per ripensarci; me la sono ricantata, la “canzoncina” più famosa del “Giornalino di Gian Burrasca”, e mi son detto che dovevano proprio essere altri tempi, altri e lontani, quelli in cui in una canzone scritta per uno sceneggiato televisivo dedicato all' “infanzia” (ma fino a un certo punto...) si cantavano cose del tipo: ”La storia del passato / ormai ce lo ha insegnato / che un popolo affamato / fa la rivoluzion”. Ma pensa un po' te. Poi mi sono ricordato che lo sceneggiato in questione era stato diretto da Lina Wertmüller; e, allora tutto m'è apparso più chiaro, dato che la stessa Wertmüller è autrice anche del testo della canzone, su musica di Nino Rota (!!!). Lina Wertmüller e Nino Rota; gli stessi della Canzone arrabbiata. Stante questo, sulle CCG la “pappaaippomodòro” ci è finita per davvero; perché è una vera e propria canzone di lotta. Non stiamo a raccontarcela più di tanto; e penso che, se leggesse, anche Lina Wertmüller concorderebbe in pieno.


Lina Wertmüller non so, ma io sono d'accordo.

In tutto e per tutto.

I bambini devono crescere forti e sani e devono sapere che quello che mangiano, come tutto il resto d'altronde, non è solo un riempi-pancia, ma tutta una filosofia di vita. Il mondo viene usato per produrre cibo, e a seconda del tipo di cibo che chiediamo, o che semplicemente accettiamo dalla società, siamo complici o del benessere, o del malessere del mondo stesso. 

All'inizio e alla fine della catena alimentare ci siamo noi, con le nostre scelte e con i nostri vizi.

Insomma, io sono vegetariana, mio marito no.


E da sopita rivoluzionaria ESIGO che anche i miei bambini lo diventino.


Quindi, con una certa nonchalance ho subito comprato due libri, che vado a elencarvi:


Herb, the Vegetarian Dragon





e


That's Why We Don't Eat Animals




Il primo un delizioso libro sulla convivenza civile fra draghi carnivori e vegetariani e la fine delle razzie dei primi a favore di un'agricoltura biologica promossa dal nostro buon drago Herb, amico di uccellini, coniglietti, topolini e sostenitore di interculturalità e multirazzialità.
Il secondo, un po' più truce, sulle torture inflitte a intere famiglie di animali da carne, con la presentazione degli allevamenti-intensivi-lager e delle sevizie a intere famiglie di ovino-bovino-pollame, ovvero a tutta l'umanità animale.
Luca e Matteo non hanno avuto dubbi. 
A loro è piaciuto di più il secondo.
Decisamente rivoluzionari molto più avanti della mamma.

La rivoluzione in cucina per una mamma con gemelli ha significato tanta, ma tanta lettura e, fortunatamente, collaborazione da parte di amiche che avevano avuto bambini prima di lei.


Poche regole, ma sempre le stesse; anzi, una sola regola, una sola sfida: fare tutto in casa. 

Yogurt, purea di mele cotte, pappe di carote, zucchine, con patate, senza patate, purea di avocado, pesche, mango, pere, banane schiacciate...

Con due lavori e due bambini ci voleva solo una grande organizzazione. (O meglio, ci voleva solo questa)
La domenica si facevano yogurt e pappe di verdura e di mele cotte, che poi venivano l'uno messo in frigo, le altre congelate e conservate a cubetti per un due settimane.
La frutta fresca era l'unica cosa da preparare al momento.
Una vita splendida.
I miei piccoli vegetariani crescevano rigogliosi come i porri dell'orto di Herb.

Tanto rigogliosi che i cubetti dopo un po' non sono bastati più, sono diventati tazzine, presto tazzone e ci siamo ritrovati a cucinare di continuo, ma solo per loro... 

La Chicco ci ha aiutato con i suoi seggiolini a 360°, che ci permettevano fin dai sei mesi dei gemelli di stare insieme a tavola.
Sono cominciati i pasti comuni e le colazioni, i pranzi e le cene, tutti insieme appassionatamente.
Non abbiamo grandi regole in cucina, non mangiamo tutto biologico; ci piacerebbe, ma servirebbe un mutuo.

Quando possiamo, sosteniamo il biologico, ma più come rivoluzione part-time.
Mangiamo sano, ma ora se lo yogurt lo compriamo pronto, pur sentendomi io ancora in colpa, non è una tragedia.

Ci si barcamena, si fa quello che si può, si boicotta la Barilla (accidentialoro!!!) e si compra la pasta più cara. 


Si usa (cioè, io uso, Juan ride) la meravigliosa App Buycott, che ci dice leggendo il codice a barre col telefono se il prodotto che stiamo comprando ha fabbriche pericolose nei paesi in via di sviluppo, se sfrutta i lavoratori, se non ha firmato l'accordo con Tizio oppure con Caio per gli OGM, per Kyoto, per vattelapesca...

Si cerca di andare nel paradiso dei buoni e degli onesti, e di insegnare anche ai nostri bambini la giusta via.

E il motto è sempre lo stesso: Viva la pappa col pomodoro!!!

Per tutti.




E per i rivoluzionari che volessero anche imparare le parole, ecco il testo:

viva la pappa pappa

col po po po po po po
po mo do ro
viva la pappa pappa
ch'è un ca po po po po po 
po la vo ro
viva la pa pa pa pa pa 
col po po po mo dor

la storia del passato
ormai ce l'ha insegnato
che un popolo affamato
fa la rivoluzion
ragion per cui affamati
abbiamo combattuto
perciò buon appetito
facciamo colazion


viva la pappa pappa

col po po po po po po
po mo do ro
viva la pappa pappa
ch'è un ca po po po po po 
po la vo ro
viva la pa pa pa pa pa 
col po po po mo dor

la pancia che borbotta
a causa del complotto
è causa della lotta 
abbasso il direttor
la zuppa ormai è cotta
e noi cantiamo tutti
vogliamo che sia fatta
la pappa al pomodor


viva la pappa pappa

col po po po po po po
po mo do ro
viva la pappa pappa
ch'è un ca po po po po po 
po la vo ro
viva la pa pa pa pa pa 
col po po po mo dor
viva la pappa pappa
col po po po po po po
po mo do ro
viva la pappa pappa
ch'è un ca po po po po po 
po la vo ro
viva la pa pa pa pa pa 
col po po po mo dor
viva la pa pa pa pa pa
col po po po mo dor